I diari della ValeEccoci qua, di rientro in Italia.

Dopo 18 mesi di viaggio togliamo le infradito dai piedi, disfiamo gli zaini, diamo i regali agli amici e ci rimettiamo gli abiti “civili”. Il ritorno a casa ha come sempre un sapore strano.
Diamo una bella pulita, sballiamo gli scatoloni, rifacciamo il letto e tiriamo fuori i vestiti pesanti perchè l’inverno è alle porte.
Gli amici, i parenti, la buona cucina ci inebriano la testa e lo stomaco e sono talmente tante le cose da fare che per rimetterci in carreggiata ci vorrebbero giornate lunghe 78 ore.
Portiamo il Furbone a fare un controllino dal meccanico, andiamo a fare la spesa, laviamo chili e chili di panni, passiamo le ore con i nipoti e ci regaliamo qualche bicchiere in compagnia degli amici raccontando del viaggio.
Sono contenta di essere tornata a casa? Non lo so.
E’ difficile spiegare tutte le considerazioni che ho fatto viaggiando perché sono davvero tante. Per prima cosa posso dire che un luogo può’ essere bello o brutto ma che questo poca importa perché sono le persone che si incontrano durante il viaggio che rendono indimenticabile un luogo.
Ad esempio, nonostante le Filippine non mi siano piaciute, devo dire che ho un ricordo speciale di questo viaggio perché abbiamo attraversato le isole in compagnia di Carlos, l’amico spagnolo di Paolo, e di Daniel un ragazzone della Repubblica Ceca alto 2 metri e sempre con un tasso alcolico nettamente sopra la media.

Il viaggio in loro compagnia è stato rocambolesco ed esilarante. Non mi dimenticherò mai i macelli che combinava Carlos rincorrendo tutte le femmine che poteva o le ubriacature di Daniel, il capodanno passato a Port Barton mangiando come i bagordi e sparando dei fuochi d’artificio più che rudimentali o il recupero di Daniel con l’aiuto di Carlos sul ponte della nave mentre Paolo era devastato dal mal di mare o ancora il festival del S.to Nino a Kalibo dove abbiamo dovuto dormire a turno nell’unico letto che abbiamo trovato e così moltissime altre vicende incredibili.
Anche la Mauritania, nonostante la paura dell’arresto per aver scattato delle foto o dei check point armati lungo le strade, avrà sempre un posto importante nei miei ricordi per due motivi, il primo perché in questa terra d’Africa abbiamo avuto la nostra prima esperienza di couchsurfing da Mailen e il secondo perché abbiamo conosciuto Alberto, un signore italiano sessantenne che ci ha “adottati” come figli durante la nostra permanenza in Mauritania regalandoci perle di saggezza di uomo vissuto e da girovago datato.
Le frasi di Alberto ci hanno accompagnato durante tutto il nostro viaggio rivelandosi vere, come un apostolo parla ai sui discepoli!

E poi non posso non ricordare con gioia il nostro soggiorno a Bali, in compagnia di TripLuca e Lek.
Una situazione del tutto surreale per me, vivere così vicini su un’isola così lontana dal nostro paese. Le cenette, le chiacchiere, le surfate, andare al mercato, assistere Lek in cucina o prendere il motorino e andare a casa loro per bere semplicemente un caffè. Tutti questi momenti mi mancano e rimarranno indelebili nella mia mente.
Detto questo però devo anche dire che non sono entusiasta al 100% del mio viaggio e questo dipende da due fattori principalmente: il primo è il dio denaro mentre il secondo sono i turisti.
Il dio denaro, o meglio il consumismo, è ovunque e come si può’ immaginare sta letteralmente appiattendo qualsiasi cosa.

Si stanno perdendo le tradizioni e vengono deturpati tutti i luoghi e di questo ne hanno la colpa la tv, internet ed i turisti.
Da un lato giustamente capisco un cambogiano o un indonesiano che dopo essersi fatti un mazzo tanto stando tutta la vita chinati a raccogliere riso in mezzo al fango, vogliano potersi concedere una bella casa o una bella macchina ma il problema è che poi tutto questo non basta perché bisogna avere il cellulare, gli occhiali alla moda, gli abiti firmati e così via.
Insomma si viene colpiti da una sindrome di esibizionismo e di finta ricchezza che noi conosciamo bene e della quale ora paghiamo amaramente le conseguenze.
Così si marcia su un grande business come il turismo, cagando fuori dal vaso e massacrando le risorse del patrimonio naturale e culturale.
Difatti soldi e turista vanno di pari passo perché la maggior parte delle persone che viaggiano vogliono tutti i comfort di casa e quindi questi paesi si adeguano costruendo strutture improponibili in riva al mare o in montagna con aria condizionata, wi-fi e cucinando uova strapazzate con bacon.
Con rammarico mi rendo conto che faccio parte di una categoria, il turista, che fa veramente pietà.
Il turista va a casa della gente dettando leggi con prepotenza, senza togliersi le scarpe, sfottendo con nomignoli deplorevoli i locali, camminando con le pinne sui coralli, schifando il cibo e così via, tutte cose che ho visto e rivisto in questi 18 mesi di viaggio.
Mi metto nei panni di chi ci ospita e di sicuro non facciamo una bella figura ma dato che paghiamo, e sempre di più, i locali lasciano correre macerando dentro di loro un notevole disprezzo nei nostri confronti.
Ora è talmente facile e alla portata di tutti mettersi uno zaino sulle spalle per partire verso mete “esotiche” o “erotiche” (dipende dai gusti).
Incontrare semplici o umili viaggiatori è sempre più difficile. Turisti che hanno voglia di conoscere e condividere le usanze del posto, cercando di interagire con i locali, conoscere le diverse culture e di vivere come fanno loro. La storia si evolve ma nonostante i tempi cambino le differenze tra la nostra cultura e la loro persite e quindi bisogna pur fare uno sforzo per capire le loro necessità ed esigenze per non mancare di rispetto e soprattutto per capire il loro stile di vita.
Bisogna osservare le cose togliendosi le fette di salame dagli occhi ed essere oggettivi. Io credo che si sta abbassando di molto il livello del viaggio e delle vita in generale, l’arroganza, l’ignoranza e il menefreghismo stanno prendendo il sopravvento.

Avrei dovuto scrivere questo post un mese fa perché forse oggi mi ha morso la tarantola o forse sono solo molto scocciata perché anche adesso che sono a casa mi sento una forestiera.


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